Visualizzazione post con etichetta religione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta religione. Mostra tutti i post

martedì 30 novembre 2021

Cosa unisce le differenti tradizioni spirituali?

René Guénon


Olivier Clément

Anch'io, come molti altri, quando ho iniziato ad interessarmi di spiritualità, sono venuto a contatto con il pensiero di René Guénon (1886-1951), filosofo metafisico francese. Secondo quest'ultimo dietro a tutte le grandi correnti spirituali che hanno attraversato la storia umana si nasconde un'unica grande verità esoterica, la "tradizione primordiale", di cui le diverse religioni sono solo la versione "essoterica" per il volgo.  Si tratta di una teoria affascinante, ma che non ha alcun fondamento storico: è frutto casomai di un certo occultismo ottocentesco. Per esempio Madame Blavatski e la Società Teosofica da lei fondata (odiatissima da Guénon che la considerava una pseudo-religione), più o meno, sostenevano le stesse cose. Certo, può essere valido come mito, e i miti sono sempre "veri", ma la loro verità è di un livello differente rispetto a quella della vita di tutti i giorni.

Va detto comunque che Guénon possiede il merito personale di aver cercato di mettere in pratica le sue teorie: voleva seguire una religione tradizionale e si fece musulmano, cambiando nome in Abd al-Wahid Yahya e trasferendosi in Nord Africa; voleva ricevere un rito di iniziazione, lo trovò aderendo ad una confraternita Sufi. D'altro lato, Guénon non accettava quell'insieme di cose che noi chiamiamo genericamente "modernità" (scienza, psicanalisi, socialismo, femminismo, eccetera). Per lui solo la tradizione è buona, più ci si allontana da essa, più si decade. Forse non è un caso se certi suoi seguaci, come l'italiano Julius Evola e il rumeno Mircea Eliade, in seguito, aderirono al fascismo.

Penso di aver trovato solo in seguito un maestro più aperto alla modernità in un altro pensatore francese, il teologo e storico Olivier Clément (1921 - 2009). Anche Clément era un ricercatore spirituale che ha voluto aderire ad una grande tradizione religiosa (nel suo caso la Chiesa Cristiana Ortodossa), ma allo stesso tempo non si è mai opposto in blocco alla modernità: sulla scia di quello che considerva il suo maestro, il filosofo russo Nikolaj Berdjaev, diceva che bisognava integrare i tre "maestri del sospetto", cioè Marx, Freud e Nietsche, in un cristianesimo rinnovato. Per lo meno ciò che c'è di positivo nel loro pensiero, lasciando a parte certi eccessi che ci porterebbero, per esempio, portare a rinnegare la spiritualità.

Sempre Clément insegnava che non bisogna cercare un nucleo comune a tutte le religioni e filosofie in qualche conoscenza segreta. Anzi, se noi analizziamo la dottrina delle varie fede, ci accorgiamo che, laddove ci sono somiglianze, ci sono anche molte differenze: cristiani, ebrei, musulmani e Sikh credono in un Dio unico, mentre indù e shintoisti giapponesi in tante Divinità. Addirittura buddisti e confuciani ritengono che la fede in uno o più Dei non sia indispensabile per il cammino interiore. Forse, però, la vera differenza è che per alcuni il Divino è una persona (soprattutto il cristianesimo predica un Dio incarnato), per altri un'entità impersonale (in questo i Sikh si differenziano dagli altri monoteisti e si avvicinano invece a indù  e buddisti). In compenso, per usare le parole dell'autore che stiamo trattando, "Vi sono gesti e atmosfere religiose che sono un po' ovunque gli stessi. I monasteri del Monte Athos, per la loro architettura, somigliano a quelli del Tibet, il ritualismo russo a quello dell'India; l'incenso, le campane, le luci si diffondono, si spargono, si rispondono e si ritrovano dal Messico a Bali. A Lourdes si trova la grotta delle religioni arcaiche e gli indù esiliati in Francia vi si recano volentieri".

Per il teologo francese dobbiamo cercare "non al di sopra delle diverse religioni, una sorta di unità trascendente degli esoterismi, ma piuttosto al di sotto, quasi uno zoccolo comune. Al primo posto sta l'ascesi, soprattutto monastica. Simili sono i metodi per liberarsi dalle passioni, per chiarire i pensieri, per strutturare la memoria della morte e del divino, per ottenere il sopimento dei sensi e il risveglio del cuore, per giungere ad una conoscenza diversa, inseparabile da una vibrazione di tutto l'essere nel tentativo di unificarlo". Esistono veramente comunità esoteriche riservate a pochi iniziati, come nel sufismo islamico e nella Qabbalah ebraica, ma in genere il vero problema dei mistici non è il dover mantenere la segretezza, bensì il fatto che le loro esperienze sono difficili da comunicare ad altri. Se si leggono i loro scritti, si trovano spesso termini opposti associati insieme, addirittura identificati fra loro, ad esempio "luce/oscurità", "gioia/dolore", "tutto/nulla". Questa è la via apofatica, non concettuale, che i monaci e i mistici di tutte le religioni e filosofie cerano di percorrere.

NB tutte le frasi di Clément sono prese dall'intervista rilasciata a Jean-Claude Noyer e pubblicata nel volume Memorie di Speranza, edito da Jaca Book.

mercoledì 28 luglio 2021

"I Quattro Maestri" di Vito Mancuso [recensione]


 

Vito Mancuso è un teologo laico, sposato e con figli, che è divenuto noto al grande pubblico grazie al successo del suo libro L'Anima e il Suo Destino, pubblica nel 2007 da Raffaello Cortina. Si tratta quasi di mio compaesano, visto che è nato a Carate Brianza, mentre io sono di Giussano e vivo da sempre a Verano Brianza. Mancuso si definisce un post-cristiano, che è critico con le Chiese cristiane, di cui non riconosce alcuni dogmi, ma ne accoglie altri insegnamenti, come spiega eloquentemente sul suo  sito. Io, all'opposto, mi considero un neo-cristiano che vuole una riforma della sua religione, abbandonando le divisioni tra le diverse Chiese ed accogliendo pure insegnamenti nuovi dalle altre fedi e filosofie. 

Tornando a Mancuso, nel suo libro I Quattro Maestri, riprende una tesi del filosofo tedesco Karl Jaspers, secondo la quale i quattro uomini che hanno segnato maggiormente il pensiero umano sono stati Socrate, Buddha, Confucio e Gesù. Il teologo li esamina uno ad uno, mettendo in risalto qual era il nocciolo del loro pensiero e cosa possono ancora insegnare agli uomini e le donne di oggi:

  • Socrate è stato un educatore che insegnava alle persone a formarsi una coscienza morale;
  • Buddha un medico che cercava di curare il dolore;
  • Confucio un politico che voleva creare una società ordinata e solidale;
  • Gesù un profeta che annunciava un Regno di Dio destinato a cambiare il mondo.

Argutamente, Mancuso fa notare come gli occidentali contemporanei non vogliano maestri, eppure tutti noi abbiamo avuto degli "istruttori" che ci hanno insegnato a leggere, scrivere, fare i calcoli, guidare la macchina, svolgere un lavoro e tante altre cose. Non accettiamo però che qualcuno ci insegni a vivere. La cosa  in sé non sarebbe nemmeno sbagliata, perché ognuno dovrebbe col tempo imparare ad essere il maestro di sé stesso, come sostenevano gli illuministi. Per Mancuso, comunque, prima di arrivare a questo, è giusto avere dei maestri, ma molteplici e non permanenti. In pratica, non bisogna per forza seguire tutta la vita il maestro, senza emanciparsene mai, anche perché il vero maestro è chi ti insegna ad essere autonomo. Inoltre, in diversi momenti dell'esistenza si può avere bisogno di diversi maestri. Ognuno deve capire di quale maestro ha bisogno lui personalmente in quel particolare passaggio della propria esistenza. 

Per spiegare questo, l'autore riporta un racconto della tradizione cinese, che potrebbe forse far sorridere: Confucio, Buddha e Lao-Tse (il fondatore del taoismo) intingono tutti e tre un dito in una botte piena di aceto e ne assaggiano il contenuto. Confucio lo trova aspro, Buddha amaro e Lao-Tse dolce. Chi ha scritto questa storiella era probabilmente un taoista che voleva dimostrare la superiorità della sua scuola di pensiero sulle altre, tuttavia il racconto ci pone una domanda: che sapore ha per noi la vita? Se la vita è aspra siamo in sintonia con Confucio, quindi è lui il maestro che fa per noi; se è amara, ci serve Buddha e, se è dolce, Lao-Tse.

Vito Mancuso


Posso dirmi d'accordo su tutto questo, ma ci sono anche alcuni elementi nel saggio del teologo che non condivido: 

  • Innanzitutto, quando parla di Gesù, Mancuso dà una lettura dei Vangeli soprattutto di tipo storico-letterario, mentre io ho sempre preferito quella allegorica. l'autore entra infatti in un vicolo cieco: cerca di distinguere il Gesù storico dal Cristo insegnato dalle Chiese, però deve poi riconoscere che questo è impossibile, perché i Vangeli e tutto il Nuovo Testamento sono opera di autori che volevano dimostrare che Gesù é Cristo. Inoltre, anche se non è trattato specificamente in questo libro, esiste un problema che i Vangeli pongono ai lettori contemporanei: l'evento chiamato Resurrezione. Se Gesù è risorto, bisogna considerarlo superiore ad ogni altro maestro, anzi ad ogni altro uomo. Se non lo è, pur restando un grande saggio, i suoi discepoli sono stati degli impostori. Secondo me, non dobbiamo intendere la Resurrezione come la vicenda di un cadavere che esce dalla tomba, altrimenti si tratterebbe di una sorta di racconto horror, simile a quelli degli zombi di George Romero o del Conte Dracula. Dovremmo, invece, esaminare quello che dicono molti teologi e mistici della Chiesa ortodossa, ossia che la Resurrezione è anche Theosis, divinizzazione. In questo caso, può diventare accettabile persino per noi oggi.
  • Mancuso, come anche Jaspers, ammetteva che esiste un quinto uomo che ha influito sulla storia umana, quanto Gesù, Buddha, Confucio e Socrate. Si tratta di Maometto, ma entrambi lo sottovalutano, considerandolo semplicemente un rielaboratore di ebraismo e cristianesimo. Peggio, Mancuso ritiene che il Profeta dell'Islam, avendo fondato delle istituzioni religiose e politiche, sia stato l'opposto dei profeti biblici che erano persone contrapposte alle istituzioni. Muhammad fu invece un legislatore ispirato che cercò di creare una civiltà più giusta in Arabia, un po' come aveva tentato di fare Confucio in Cina. In aggiunta, fu molto più inclusivo di quanto non si creda: per lui non solo cristiani ed ebrei, ma anche zoroastriani e gnostici erano ispirati da Dio, e persino nella religione politeista degli arabi pre-islamici c'era qualcosa da salvare, come spiego in questo mio articolo 
  • Il teologo, infine, condivide quella sorta di vulgata ideologica per cui comunismo e nazifascismo sarebbero la stessa cosa. Pur riconoscendo tragedie come i gulag sovietici o le stragi della Cambogia di Pol-Pot, non me la sento di condannare in blocco il marxismo. In primis, perché vedo che chi nel mondo si batte per cose come la giustizia sociale, l'anticolonialismo e l'antifascismo, in genere, si definisce ancora oggi comunista. Mi ha molto commosso la frase di Alekseij Markov, il comandante di una brigata di partigiani russi del Donbass in lotta contro il governo neonazista ucraino, che diceva riguardo ai suoi nemici "Possono odiarci, ma noi non possiamo, perché sono nostri fratelli". In secundis, anche il liberalismo si sta dimostrando sempre più una forma di totalitarismo. L'Occidente liberale, che al suo interno sostiene (giustamente) le liberà individuali, nel resto del mondo con le sue guerre coloniali ha causato tra i cinquanta e i cinquantacinque milioni di morti, solo negli ultimi settant'anni [cfr. Noam Chomsky e Andre Vltchek Terrorismo Occidentale]. Se a questo dovessimo aggiungere le vittime "indirette" dovute alla fame e alla povertà, le cifre eguagliano quelle della Germania nazista e della Russia stalinista.
  • Mancuso ripete a più riprese che la caratteristica fondamentale di Dio non sia la bontà, bensì la giustizia. Non è il primo pensatore eminente da cui sento questo discorso. In fondo, Buddha parlava di Karma, Socrate metteva al primo posto la giustizia ("meglio subire un'ingiustizia che commetterla" diceva), Confucio applicava una forma di legge del taglione, ed anche Gesù insegnava a pregare il Padre con le parole: "Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori". Quindi, per Lui, può essere perdonato solo chi, a sua volta, perdona. Nonostante tutto questo, io non riesco a fare a meno di pensare a Isacco di Ninive, un santo cristiano arabo, il quale insegnava che "Tutti gli uomini buoni e cattivi sono racchiusi entro i confini dell'amore di Dio" e ancora che l'Onnipotente è sempre in cerca di uno "stratagemma" per salvare gli uomini. Forse, la vera spiegazione è che solo Dio conosce il vero equilibrio tra giustizia e misericordia.
In conclusione, voglio fare mia una triste constatazione di Mancuso, cioè che, in questo momento, l'unico vero maestro dell'Occidente sembra essere Friedrich Nietsche, il filosofo tedesco che voleva vivere "al di là del bene e del male" e che metteva sopra ogni cosa la "volontà di potenza". Probabilmente, in pochi hanno letto le sue opere, ma temo che tutti possano riconoscersi nel discorso finale di Alberto Sordi nel film Finché c'è Guerra c'è Speranza:  "Anche le persone come voi, le famiglie come la vostra, che vogliono, vogliono e non si accontentano mai: le ville, le macchine, le moto, le feste, il cavallo, gli anellini, i braccialetti, le pellicce e tutti i cazzi che ve se fregano, costano molto! E per procurarseli, qualcuno bisogna depredare, ecco perché si fanno le guerre!” In pratica, tutto è lecito per arrivare ai propri scopi, non importa con che mezzi. La morale, che i quattro maestri (e molti altri grandi uomini) ci avevano insegnato, è divenuta irrilevante. In pratica, l'unica legge è un continuo mors tua vita mea, e non solo per i singoli individui: persino le istituzioni seguono un principio opportunistico, al punto che anche le religioni e le ideologie politiche vengono usate solo come un mezzo per l'avanzamento personale. Gli effetti sono molteplici: dallo sfacelo nei rapporti interpersonali alla sparizione del welfare, dal divario sempre più grande tra ricchi e poveri all'esaurimento delle risorse del nostro pianeta. Qualora non ci sia una conversione che riporti  al centro l'etica, il destino dell'umanità pare tragico, però una conversione può iniziare solo dall'esperienza interiore dei singoli.


mercoledì 9 giugno 2021

Che cos'è l'apofatismo?

 




Timothy Radcliffe con una giovane musulmana

Laurence Freeman, benedettino e maestro di meditazione

Olivier Clément, teologo protagonista del dialogo ecumenico




Il termine "apofatico" in greco significa "lontano dal dire", nel senso di qualcosa lontano dalle parole e dei concetti in cui noi cerchiamo continuamente di ingabbiare la realtà. Sfortunatamente per noi, la vita è sempre più vasta e mutevole rispetto a tutte le nostre filosofie e ideologie.

Per capire il ruolo dell'apofatismo nella ricerca spirituale, bisogna comprendere che esistono almeno quattro gradi della teologia:

  1.  il primo è quasi una premessa, cioè  il rendersi conto che da qualche parte esiste qualcosa di "altro" rispetto a noi. Possiamo chiamarlo trascendenza o Divinità o in altri modi, ma esiste; 
  2.  la teologia affermativa o "catafatica" che cerca di comprendere Dio elaborando concetti su di esso, studiando le Scritture e formulando dogmi ( Dio è questo, è quello). La situazione è simile a quella di un uomo che con le sue forze cerca di scalare una montagna.
  3. la teologia negativa o, appunto, apofatica, che parla della Divinità attraverso negazioni (non è questo, non è quello). L'uomo del nostro esempio è arrivato in cima alla montagna, ma si è accorto che il Divino non è lì.
  4. la teologia mistica, in cui è la Divinità stessa che viene incontro all'uomo. A questo ultimo passo molti non crederanno oppure penseranno possa accadere solo dopo questa vita. Eppure, tante persone, credenti e non, che hanno sperimentato una vicinanza incredibile con il trascendente. Solo che si tratta di episodi sporadici e di breve durata. La speranza dei mistici è quella di riuscire a rendere costante questo stato.
Mi auguro di non apparire troppo presuntuoso, se dico che mi sembra di aver già attraversato i primi due gradi e di trovarmi ora al terzo, sebbene la via spirituale non sia mai lineare e magari potrei trovarmi a dover retrocedere.
In ogni caso, ho deciso di condividere con voi i miei pensieri e le mie esperienze. Premetto che non si tratta di dogmi, ma solo di mie congetture che potrebbero anche essere sbagliate.
Posso dire di essere nato da madre credente e padre ateo. Io mi sono sempre sentito cristiano, ma capivo poco la mia religione: ho attraversato periodi di fondamentalismo, nei quali mi scagliavo contro chi non credeva, ed altri di disgusto in cui mi sentivo estraneo alla comunità dei fedeli. A riuscire a trovare un certo equilibro sono state diverse letture: il domenicano inglese Timothy Radcliffe che mi ha insegnato il significato vero di alcune verità di fede che recitavo nel Credo senza capire. Poi, i benedettini anche loro anglosassoni, John Main e Laurence Freeman, i quali mi hanno fatto scoprire che anche i seguaci di Gesù possono apprendere delle spiritualità delle altre religioni. Infine, Olivier Clément, un accademico e scrittore francese convertito alla Chiesa Ortodossa, che mi ha fatto scoprire quella forma di meditazione profonda, chiamata esicasmo, di chi spero di poter parlare diffusamente in futuro.
Tutto questo ha fatto però parte della parte catafatica del mio cammino, che ora considero conclusa.
Certamente, non tutti condivideranno la strada che ho percorso fin qui. In fondo,  un paio di scarpe possono essere belle o brutte, vecchie o nuove, da sera o da tennis, mocassini o sandali, però si possono indossare solo quando sono della propria taglia.





martedì 1 giugno 2021

Che cos'è una religione?




Questa è la classica domanda da un milione di dollari. In genere si pensa che le religioni siano la credenza in una o più divinità, eppure il buddismo e il confucianesimo, per lo meno nella loro forma originaria, non davano importanza all'esistenza degli dei. Ad un discepolo che gli poneva domande su questo argomento, Buddha rispose paragonando tale allievo ad un uomo trafitto da una freccia che, anziché cercare di estrarla, stesse a domandarsi chi l'ha costruita.

Altri potrebbero considerare la religione come la fede in una vita dopo la morte, ma persino gli antichi ebrei, prima dell'avvento del fariseismo, sembravano non avere un'idea precisa su una vita ultraterrena. Ancora al tempo di Gesù, i sadducei, la confessione ebraica a cui appartenevano i sommi sacerdoti, riteneva non ci fosse niente dopo la morte. L'importante era seguire in questa esistenza terrena la Torah, la Legge data da Jahweh a Mosè, per ottenerne una ricompensa immediata in ricchezza, salute, gioia e longevità. Invece, povertà, sofferenza e malattie erano riservati a chi trasgrediva i comandamenti.

Se esaminiamo l'etimologia della parola “religione”, essa viene dal latino religio, che si può tradurre con “rileggere”. In fondo quando si rilegge un testo scritto, lo si approfondisce, ma religio significa anche “raccogliere” una tradizione o ancora “rilegare insieme” qualcosa. Tutti e tre queste accezioni ci dicono qualcosa su cosa sia una religione, però esiste una complicazione: nei testi degli antichi romani si parlava di religio civilis, religione civile. Per noi oggi sarebbe una contraddizione in termini, eppure nell'Antica Roma la devozione agli dei era una delle tante usanze che garantivano la coesione dello Stato. Per questo motivo, in diversi momenti della storia antica gli ebrei e i cristiani venivano visti come dei “sovversivi” da perseguitare. Anzi, erano a volte accusati anche di “ateismo”, perché non credevano agli dei di Roma.

Uscendo dal ristretto ambito della cultura latina, scopriamo che in greco “religione” si dice therapeia, parola da cui deriva il nostro “terapia” e che vuol dire “cura”. In cinese, invece, per designare la religione si usa il termine jiao, “insegnamento” tramandato da un maestro ai suoi discepoli.

Diciamo che tutte queste differenti parole mettono in luce diversi aspetti di un'unica realtà: la religione è quella tradizione che unisce, insegna, spinge a riflettere e ci aiuta a prenderci cura di noi stessi, degli altri, della divinità e del mondo circostante. So che è una definizione un po' lunga, ma a me personalmente sembra l'unica davvero esauriente. Grazie ad essa, inoltre, diventa poco rilevante la distinzione che si di solito tra religione e filosofia. In fondo, soprattutto filosofi greci erano qualcosa di più che semplici insegnanti accademici. Il filosofo era infatti “l'amico della sapienza”, che si occupava di tutta l'esistenza, dallo studio delle leggi naturali a quelle dei rapporti umani, fino alle domande ultime: “Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?” Forse non è un caso che il primo scritto che Platone dedica al suo maestro Socrate vede quest'ultimo discutere con un sacerdote sugli dei. Se aggiungiamo che sempre Platone ha infarcito i suoi scritti di narrazioni mitiche (la più famosa è quella su Atlantid) e che Pitagora ha organizzato i suoi seguaci come una setta esoterica a cui si accedeva con un'iniziazione, il confine tra religione e filosofia diventa sempre più sottile.

L'unica vera questione aperta è se serva ancora al giorno d'oggi seguire una religione. Persino molti sacerdoti cattolici citano sempre più spesso la frase del teologo luterano Karl Barth: “Bisogna distinguere la religione dalla fede”. Per fede si intende quello che più comunemente chiamiamo spiritualità, ossia un'esperienza interiore. La religione sarebbe solo il corollario di concetti, riti e istituzioni che circonda la spiritualità, ma che non è indispensabile per essa. Ciò nonostante, milioni di uomini e donne ancora vivono secondo i dettami di una religione. Forse per capire meglio la questione dovremmo partire dalla base: perché le persone credono?

Mi viene in mente il film Dellamorte Dellamore di Michele Soavi, tratto dal libro omonimo di Tiziano Sclavi. Nel finale, il protagonista scopre che, al di fuori del piccolo paesino di provincia in cui vive, non esiste nient'altro, il resto del pianeta è disabitato. Per questo tutta la sua vita e persino il suo grande amore per una donna perdono di significato. Siamo un po' tutti così, circondati da un grande nulla che vorremmo in qualche modo riempire.


Secondo me, il merito delle grandi religione è stato quello di averci dato uomini, come Gesù, Mosè, Buddha, Confucio, Muhammad, eccetera, che hanno cercato di riempire il nulla. Se siano tutti realmente esistiti o meno, se elementi sovrannaturali o miracolosi nelle loro vite siano da prendere alla lettera o da considerare delle metafore, non so dirlo, ma almeno possono darci dei consigli per migliorare noi stessi ed in questo modo cambiare anche la realtà circostante.





Christian Universalism - a profession of faith (English version)

All the following sentences are not dogmas or revelated Thruths, but only my personal opinions. God is neither male, nor female, but He/She ...